Sull'esperienza transitoria
- Andrea Pozzi

- 19 mag
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 28 mag
La fotocamera è un mero strumento! Non mi è mai capitato di "innamorarmi" della mia macchina fotografica o di un pezzo di attrezzatura e ho sempre avuto un rapporto distaccato con tutto ciò che c'è nel mio zaino. Lo so, sembro freddo e insensibile :D Anche l'evoluzione della tecnologia stessa non mi ha mai importato più di tanto, sono sincero. E come molti di voi sanno, la mia attuale fotocamera ha quasi 10 anni! Di mese in mese vengono lanciati sul mercato strumenti sempre più performanti (almeno sulla carta) e questa cosa a volta tende a farci sentire in difetto a causa delle terribili trappole del marketing.
Tutto questo per introdurre, riferendomi all'immagine qui sotto, un aspetto della fotografia che viene raramente trattato, ossia come le nostre scelte sul campo possano essere dettate da una carenza di possibilità, da un'apparente impossibilità di realizzare immagini.
Louisiana, novembre 2025: mentre facciamo lentamente rientro verso il molo, dopo che il sole è tramontato, mi accorgo di trovarmi in un mondo privo di contorni netti. Non è ancora notte, ma il giorno si è già ritirato abbastanza da lasciare ogni cosa in sospensione. L’acqua diventa un corpo scuro e minaccioso, gli alberi lentamente perdono consistenza e rimane solo qualche contrasto indefinito. Fotografare potrebbe sembrare superfluo e pressoché impossibile. Non si vede quasi nulla e non possiamo scattare con il treppiede. Anche usando la fotocamera più performante del pianeta non riusciremmo a cavare un ragno dal buco. E allora si va a casa. Oppure si può provare a raccontare quella fase di giornata in una maniera inaspettata. In quei momenti in kayak, immerso in quella quasi oscurità, il movimento non appariva più come uno spostamento fisico...ma una lenta e inesorabile dissoluzione della certezza.
Questa immagine nasce lì, in quella sorta di soglia.
Una foto che non documenta in maniera classica un luogo ma più che altro una transizione in atto. Ogni vibrazione del kayak, ogni minima oscillazione, entrava nell’immagine come parte integrante della visione. Per questo l'immagine qui sotto appare instabile. Perché instabile era il momento, così come lo era la percezione.

Viviamo in un’epoca ossessionata dalla nitidezza: tutto deve essere immediatamente leggibile e identificabile. Ma ci sono esperienze che esistono soltanto nella loro ambiguità.
La memoria stessa funziona così: non conserva linee precise, ma residui emotivi, frammenti "mossi". La transitorietà non è soltanto una condizione del mondo naturale, è la condizione stessa dell’esistenza di noi esseri mortali. Tutto cambia mentre lo osserviamo il mondo. Tutto sfuma mentre tentiamo di trattenerlo. L’acqua scorre (tutto scorre, panta rei!), la luce scompare e i luoghi si trasformano.
Nelle paludi della Louisiana ho avuto la sensazione che il paesaggio stesse subendo una metamorfosi davanti ai miei occhi e che io stesso fossi parte di quel cambiamento...
Un abbraccio,
Andre



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