Incontri sopra la calotta artica
- Andrea Pozzi

- 16 ago
- Tempo di lettura: 8 min
Avvertenza: alcune delle immagini presenti nell'articolo documentano scene di caccia e possono risultare forti o disturbanti. Se siete particolarmente sensibili a questo tipo di contenuti, vi invito a proseguire la lettura senza aprire le immagini a pieno formato, oppure a interrompere la lettura. Ci sono viaggi in cui, senza quasi accorgersene, un incontro di pochi minuti finisce per lasciare una traccia molto più profonda di quanto si sarebbe potuto immaginare.
Durante i miei voli sopra la calotta glaciale della Groenlandia, nelle ultime settimane, il destino ha voluto che vivessi due preziosissimi incontri, molto diversi tra loro. Due persone che non avrebbero potuto essere più lontane per età, storia e condizione, ma che, in qualche modo, mi hanno permesso di guardare la Groenlandia da una prospettiva completamente diversa.
Il primo si chiamava Nun e aveva appena sette giorni di vita.
Il volo era uno di quei piccoli collegamenti che attraversano la Groenlandia da un paese all'altro, su aerei da poco più di trenta posti. Io avevo appena terminato il primo dei photo tour di quest'estate, ero diretto da Ilulissat verso la capitale Nuuk e, al mio fianco, sedeva una donna sulla cinquantina.

Non aveva tratti inuit. Capelli chiari, occhi chiari, un aspetto che mi aveva fatto pensare immediatamente a una donna europea. L'avevo già adocchiata in aeroporto, aveva colto la mia attenzione perché in braccio teneva un neonato. Quel bambino piccolissimo, avvolto in una simpatica coperta, avrebbe dormito di fianco a me per quasi tutto il viaggio in aereo.
Si chiamava Nun e aveva solo sette giorni!
Parlando con la donna ho scoperto che era un'assistente sociale e che stava accompagnando il bebè verso la sua nuova famiglia. Avremmo fatto un brevissimo scalo ad Aasiaat, dove Nun avrebbe cominciato la sua vita con quella che sarebbe diventata la sua nuova famiglia.
Era giunto da Nuuk a Ilulissat la sera precedente. La sua famiglia naturale aveva deciso di affidarlo a qualcun altro subito dopo la nascita.
Non era la prima volta che sentivo parlare delle difficoltà sociali della Groenlandia, ma trovarmi seduto accanto a un cucciolo di appena una settimana, nel bel mezzo di un volo sopra la più grande isola del pianeta, ha reso improvvisamente tutto molto più concreto.
La storia recente della Groenlandia è molto più complessa dell'immagine romantica che spesso abbiamo di questo luogo. Per secoli gli inuit hanno costruito una cultura perfettamente adattata a un ambiente estremo, basata sulla caccia, sulla pesca, sulla mobilità, sulla solidarietà e su un rapporto profondissimo con il territorio che ha dato anche vita allo sciamanesimo. Poi è arrivato un processo di colonizzazione e assimilazione da parte dei danesi che ha trasformato radicalmente la società. Tra le conseguenze più dolorose ci sono ancora oggi problemi importanti, tra cui quelli legati all'abuso di alcol (la storia si ripete, drammaticamente!), alla disgregazione familiare e alle difficoltà economiche e psicologiche.
Il rapporto con l'alcol è diventato una delle ferite più evidenti della Groenlandia contemporanea, con conseguenze che in alcuni casi ricadono direttamente sui bambini e sulle famiglie.
Bambini che, ancora prima di poter capire cosa stia succedendo intorno a loro, vengono affidati a un'altra famiglia.
Nun dormiva. Io guardavo fuori dal finestrino lo spettacolo mozzafiato e abbagliante della calotta, che si estendeva a perdita d'occhio. Un'immensità bianca, quasi impossibile da comprendere. Con la coda dell'occhio però, tenevo vicino a me quel piccolo (l'essere diventato padre da pochi mesi mi ha sicuramente reso ancor più attento e sensibile verso il mondo degli infanti).
In quel momento mi è sembrato che dentro quell'aereo minuscolo ci fossero due Groenlandie completamente diverse: quella immensa e apparentemente eterna che scorreva sotto di noi e quella fragile, umana, che tenevo a pochi centimetri dal mio gomito.
Forse ci rivedremo un giorno, caro Nun, sicuramente non ci riconosceremo ma mi piace pensare che l'averti tenuto in braccio per qualche secondo abbia potuto creare una connessione invisibile, ma forte.
Che tu possa avere una vita felice lassù fra i ghiacci, piccolino!
Qualche giorno dopo mi trovavo nuovamente sullo stesso piccolo aereo. Questa volta volavo a ritroso, dalla capitale Nuuk verso Ilulissat, in compagnia dei ragazzi del secondo photo tour. Dopo una giornata a passeggio nell'accogliente Copenhagen, mi apprestavo a tornare nel mondo di ghiaccio.
Appena davanti a me sedeva un uomo che, fin dai primi istanti, sembrava avere voglia di comunicare.
Si chiamava Timooq, era un cacciatore e pescatore inuit e stava tornando verso la sua isola d'origine, la Disko Island, sulla quale avrebbe trascorso più di un mese.

Caccia e pesca sarebbero state, ancora una volta, il centro delle sue giornate. Foche, caribù, narvali (anche noti come gli unicorni dei mari!).
E poi gli immancabili halibut, uno dei pesci più importanti nella dieta groenlandese.
Timooq era una persona estremamente affabile. Aveva quella naturale curiosità che ti fa capire immediatamente che una conversazione può trasformarsi in qualcosa di più di un semplice scambio di cortesie. Così ho iniziato a fargli domande, volevo capire di più sulla vita di un inuit nel 2026.
Perché, nonostante la Groenlandia sia ormai tutt'altro che isolata dal resto del mondo, molte delle sue tradizioni più antiche continuano a essere così presenti?
La risposta era molto più semplice di quanto immaginassi. Perché servono ancora.
Oggi in Groenlandia gli smartphone sono comuni, così come altre "comodità" e tecnologie. Nei centri più grandi ci sono supermercati, automobili, internet, scuole, abitazioni moderne. Si può dire che il mondo contemporaneo sia arrivato anche qui, seppur non ovunque. Ma c'è qualcosa che di certo non è scomparso, qualcosa che parla a gran voce della cultura e delle tradizioni di questi popoli del nord: sono la caccia e la pesca. E soprattutto il modo in cui queste attività vengono vissute.
Timooq mi raccontava che molti inuit continuano a preferire la carne e il pesce procurati direttamente sul territorio rispetto a quelli acquistati al supermercato. Non soltanto per una questione alimentare ma per una questione puramente culturale. Andare a caccia non significa semplicemente procurarsi del cibo, è un momento di aggregazione, di apprendimento, di appartenenza.

E soprattutto il risultato della caccia non appartiene necessariamente a chi ha catturato l'animale.
La carne viene condivisa con la famiglia, con gli amici, con l'intero villaggio, limitando al minimo gli sprechi.
È una logica che nasce da un ambiente nel quale, per millenni, la sopravvivenza non poteva essere affidata all'individuo. In un supermercato puoi entrare da solo, scegliere ciò che ti serve, pagare e tornare a casa. In un ambiente artico, per migliaia di anni, le cose hanno chiaramente funzionato diversamente.
Se qualcuno aveva cibo, quel cibo poteva significare la sopravvivenza di qualcun altro.
Ed è forse proprio qui che si trova una delle differenze più profonde tra la nostra società e quella che ancora sopravvive in alcune comunità groenlandesi. Noi abbiamo trasformato il sostentamento in un fatto quasi esclusivamente individuale. Loro continuano, almeno in parte, a viverlo come un fatto collettivo.
Dopo essere entrato nelle simpatie di Timooq, a un certo punto gli ho chiesto di mostrarmi alcune fotografie delle sue battute di caccia e lui me le ha mostrate con grande piacere.
Qui il discorso diventa inevitabilmente più difficile, dato che quelle foto possono essere dure.
Ci sono animali appena abbattuti. Immagini che, viste con i nostri occhi europei, possono apparire crude e persino violente. E credo sia normale e giusto che ci mettano a disagio. Ma il problema nasce quando trasformiamo immediatamente quel disagio in un giudizio.
Perché noi guardiamo quelle immagini dalla nostra prospettiva: da una società nella quale la carne arriva confezionata su un vassoio di plastica e il pesce in una cella frigorifera!
Una società nella quale il rapporto tra ciò che mangiamo e l'animale da cui proviene è stato quasi completamente cancellato.
La caccia inuit è un'altra cosa.
Questo non significa che debba essere romanticizzata, né che ogni pratica tradizionale debba essere automaticamente considerata giusta soltanto perché antica.
Significa semplicemente che, prima di giudicarla, dovremmo provare a comprenderla. E per comprenderla bisogna conoscere il luogo, la storia, bisogna dialogare con le persone.
Bisogna sapere che cosa significa vivere in una terra dove per buona parte dell'anno le risorse alimentari sono limitate e dove, per millenni, cacciare non è stato uno sport né un passatempo, ma una necessità.
Tra le fotografie di Timooq ce n'era una che mi hanno colpito più delle altre. In quell'immagine c'era un bambino.
In Groenlandia l'apprendimento di queste attività comincia infatti molto presto.
A sette, otto anni, molti bambini iniziano ad accompagnare gli adulti a caccia e a pesca. Imparano a muoversi nell'ambiente, a conoscere il ghiaccio, a utilizzare un'imbarcazione, a prendersi cura dei cani da slitta. Non perché qualcuno abbia deciso che debbano imparare un "antico mestiere".

Semplicemente perché quella è la loro cultura e perché conoscere quell'ambiente significa, ancora oggi, imparare a vivere. Per noi è quasi inconcepibile. Un bambino di otto anni su una barca, lontano dalla costa. Un bambino che impara a riconoscere un animale, a muoversi sul ghiaccio, a partecipare a una battuta di caccia. Ci sembra appartenere a un altro tempo...anche se in realtà questo tempo è anche il presente.
La Groenlandia è un luogo nel quale modernità e tradizione convivono continuamente, spesso in maniera sorprendente. Lo smartphone in tasca. Il fucile sulla barca, il GPS accanto alla conoscenza tramandata dagli anziani. Il supermercato in città e la carne di caribù o bue muschiato condivisa nel villaggio. Sembra follia ma tutto questo fa semplicemente parte del piacere della conoscenza, l'onore nel venire in contatto con un mondo che sembrerebbe estinto ma che resiste ancora oggi al gioco dell'evoluzione.
Ripensando a quelle due tratte aeree, mi sono accorto che Nun e Timooq rappresentavano, in qualche modo, due estremi della stessa storia.
Da una parte un bambino di sette giorni, che ancora non aveva avuto il tempo di conoscere il mondo e che già ne stava pagando alcune delle contraddizioni. Dall'altra un uomo adulto che, invece, rappresentava una cultura che continua ostinatamente a sopravvivere dentro un mondo che cambia velocemente. Uno stava andando, ignaro, verso quella che sarebbe stata la sua nuova famiglia. L'altro stava tornando verso la propria terra. Entrambi viaggiavano sopra la stessa calotta glaciale e sotto di loro c'era una terra che noi, spesso, crediamo di conoscere. Così come i "grandi" del mondo...
In realtà tutti noi la conosciamo pochissimo.
Credo che questo sia uno dei problemi più grandi quando parliamo di popolazioni lontane dalla nostra cultura. Tendiamo a giudicare ciò che non comprendiamo e a volte lo facciamo condannandolo.
Altre volte commettiamo l'errore opposto: lo idealizziamo.
Gli inuit possono diventare, a seconda dei casi, vittime da proteggere oppure custodi di una sorta di paradiso. Entrambe le visioni sono semplicistiche.
Sono persone che vivono una realtà complessa, con problemi enormi ma anche con una cultura straordinariamente ricca, capace di adattarsi e trasformarsi senza necessariamente scomparire.
E forse il nostro compito, quando arriviamo fin lassù, non è decidere chi abbia ragione. È semplicemente ascoltare.
Viaggiando in Groenlandia mi è capitato di avere la sensazione che il vero viaggio cominci quando smettiamo di cercare conferme a quello che già pensiamo.
La Groenlandia può essere bellissima, può essere certamente immensa, selvaggia, prorompente.
Ma se ci limitiamo a fotografare iceberg e fiordi, rischiamo di perderci una parte enorme di ciò che quel luogo è davvero.
Se dopo aver letto queste righe avete voglia di avvicinarvi un po' di più alla cultura inuit e alla storia recente della Groenlandia, vi consiglio un libro che per me rappresenta un ottimo punto di partenza: "Dove il vento grida più forte. La mia seconda vita con il popolo dei ghiacci", scritto da Robert Peroni.

Peroni, esploratore altoatesino, vive più di quarant'anni in Groenlandia e ha scelto di condividere una parte della propria vita con la popolazione inuit di Tasiilaq, nella parte est dell'isola.
Il libro non è soltanto il racconto di un uomo che ha deciso di trasferirsi ai confini del mondo. È soprattutto un tentativo di guardare la Groenlandia dall'interno, attraverso gli occhi di chi quella terra la abita e ne ha vissuto le profonde trasformazioni.
Credo sia una lettura preziosa proprio per questo, perché aiuta a spostare lo sguardo e a capire che dietro un'immagine di caccia, dietro un villaggio sperduto, dietro una famiglia in difficoltà o dietro un bambino che viene affidato a qualcun altro, esiste sempre una storia molto più lunga. Una storia che noi, da qui, vediamo soltanto in superficie.
E forse il primo passo per conoscere davvero la Groenlandia è proprio questo: imparare a guardare oltre ciò che pensiamo di vedere.
A presto e ancora una volta, grazie Groenlandia.
Andre



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