L’inquietante evoluzione del concetto di icona
- Andrea Pozzi

- 27 apr
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 28 apr
C’è stato un tempo in cui i paesaggi iconici diventavano tali attraverso un lungo processo. Il turismo era più lento, c'era meno conoscenza, viaggiare era più impegnativo. Reperire informazioni era arduo e raggiungere un luogo specifico senza i mezzi attuali poteva essere quasi impossibile.
Con il passare delle decadi e con l'evoluzione del concetto stesso di viaggiare, si può dire che alcuni ambienti naturali diventavano quasi "luoghi di culto", per via della loro indiscutibile bellezza. Molte persone desideravano visitarli, spesso cercando di dare la propria interpretazione con la fotocamera al collo.
Alcune fotografie, soprattutto quelle dei grandi maestri (come ad esempio quelle di Ansel Adams nello Yosemite National Park, in California) hanno ispirato le generazioni successive perché trasmettevano quell'idea di wilderness e maestosità, tanto celebrata da alcune monumentali figure della filosofia e dell'ambientalismo statunitense di inizio '800: John Muir, Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson. Ispirato dalle immagini dei grandi del passato, io stesso mi sono trovato più di una volta a fotografare e interpretare luoghi iconici, inclusi quelli raccontati e rappresentati dalle figure citate qui sopra. L'impressionante parete di El Capitan, l'Half Dome...e così via. Poi in giro per il mondo, quante volte mi sono trovato dinnanzi a uno spettacolo che mi sembrava già di conoscere per via della sua fama... Eppure l'emozione non era per nulla intaccata dalla celebrità di quell'icona.
Le fotografie alle cosiddette icone erano il risultato di un incontro autentico tra uomo e paesaggio, tra il fotografo e l'ambiente che lo circondava. La sensibilità del fotografo creava la visione soggettiva di un luogo celeberrimo e c'era sempre spazio per lo stupore. Luoghi come il Cervino, la Monument Valley o il Milford Sound (per citarne alcuni) diventavano iconici perché incarnavano qualcosa di universale legato all'immensità della natura, al senso del sublime e all’esperienza del viaggio esplorativo. Il fotografo si recava lì per osservare e interpretare, per restituire una visione personale di qualcosa di straordinario che esisteva indipendentemente da lui. L’icona era una conseguenza di questa ricerca, non un obiettivo.
Non possiamo che constatare che, oggigiorno, questo rapporto si stia ribaltando! L’icona non nasce solo ed esclusivamente come conseguenza della magnificenza di un luogo. Nel 2026, la si va a costruire quell'icona! O peggio ancora, la si replica.
Nel mondo contemporaneo, dominato dai social network, spessissimo non è più il fotografo a "scoprire un luogo o una determinata vista", ma è il luogo (o la vista) a essere “scoperto” attraverso una fotografia già esistente. Si tende a viaggiare non più per vedere e conoscere in profondità un paesaggio (e aggiungerei: se stessi), ma semplicemente per rifare.
L’immagine precede l’esperienza, la determina e di conseguenza la limita! Il caso della Groenlandia (zona di Disko Bay) è per me emblematico. L'incredibile area di Ilulissat non è più (solo) una terra di ghiacci, iceberg colossali e paesaggi mozzafiato. È diventata negli ultimi anni lo sfondo di una scena precisa e definita: avete presente quelle barche dalle vele rosse, perfettamente inserite in un paesaggio dai toni freddi che si vedono in centinaia di fotografie? Quelle foto con un contrasto cromatico potente, immediato, irresistibile per l’occhio contemporaneo? A differenza delle icone "del passato" di cui si accennava sopra, qui se ci pensate avviene qualcosa di inquietante: il soggetto reale dell'esperienza, ossia la natura con la sua vastità e il senso di isolamento, sembra che venga ridimensionato. Diventa scenografia. Il vero protagonista è l’idea, l’intuizione di chi, per primo, ha inserito quell’elemento umano nella composizione.
E così il viaggio per qualcuno si trasforma in una sorta di rituale fotografico: non si va più in Groenlandia per scoprirla e per farsi sorprendere, ma per partecipare a una messa in scena già scritta e proposta dai tour operator. La fotografia diventa una tavola apparecchiata, dove ogni elemento è già disposto per ottenere un risultato efficace, condivisibile e performante.
Il fenomeno groenlandese non è di certo isolato. Anzi, è ormai sistemico: tantissime cose esistono solo perché devono essere fotografate. È come se il paesaggio nudo e crudo non fosse più sufficiente e dovesse essere “completato”...luoghi immensamente belli e fotogenici che, pur avendo una storia e una bellezza intrinseca, vengono ormai vissuti attraverso schemi visivi predefiniti.
E questo sfocia in file di persone in attesa dello stesso identico scatto, nello stesso identico punto o momento (e non parliamo solo di fotografia di paesaggio ma anche di fauna, reportagistica e così via). La fotografia spesso non è più linguaggio espressivo e l’originalità viene sacrificata o poco considerata in favore della riconoscibilità immediata. Qui sta il nodo centrale: l’icona contemporanea non è più la semplice visione di un soggetto accattivante, che viene interpretato in mille maniere con l'intento di enfatizzarne le peculiarità. L'icona contemporanea è ciò che può essere facilmente replicato. Se ci pensate, è un paradosso. Più un'immagine viene imitata, più si svuota. Eppure, proprio questo essere replicabile è ciò che la rende “iconica” nel sistema attuale e il fotografo rischia quindi di diventare un mero esecutore.
La creatività si sposta dalla visione alla logistica: trovare/creare la luce giusta, utilizzare il drone più potente, avere un accesso privilegiato per rifare ciò che ha già funzionato.
Ma allora, cosa resta dell’esperienza? Resta ben poco, se non si compie uno sforzo consapevole. Perché il rischio più grande non è la perdita dell’originalità fotografica (non è per forza un obbligo essere originali o ambire a un racconto fotografico "di valore" o personale), ma la perdita stessa dello sguardo.
Quando si viaggia con un’immagine (vista e rivista centinaia di volte) già in mente, si smette di vedere davvero quello che ci troviamo di fronte. Si filtra tutto attraverso un obiettivo predefinito e si rischia persino di rimanere delusi.
Ma come è possibile rimanere delusi quando abbiamo la fortuna di visitare certi luoghi?
La via d’uscita, come sempre, esiste. Sta nel tornare a considerare la fotografia non come un risultato ma come un processo. Nel concedersi il giusto tempo per osservare, per sbagliare, per realizzare immagini meno “perfette” ma più sincere. Le immagini apparecchiate non sono mai quelle che ci daranno reale soddisfazione. Saranno quelle da "botta di dopamina e via", come si dice nel gergo degli anni '20, ma copie delle copie della copia, ossia il vuoto.

Durante i nostri viaggi in Groenlandia ci concentriamo su molti aspetti del paesaggio: innanzitutto gli immensi iceberg di tutte le forme e dimensioni, gli enormi fronti dei ghiacciai che scendono verso i solitari fiordi, le imponenti megattere, i suggestivi villaggi inuit e le luci del grande nord. Può capitare di incrociare le barche con vele rosse e sono il primo a dire che sono incredibilmente fotogeniche, è innegabile. Vietato fotografarle? Assolutamente no. Però non rappresentano l'essenza della Disko Bay e della Groenlandia, perché "scorrazzano" di lì come una modella e un modello vanitosi, per essere immortalati in un paesaggio mozzafiato. Avanti e indietro.
Non sono nemmeno groenlandesi! Sono state portate lì per accontentare i turisti e sono, di conseguenza, prodotto della società moderna.
Ho avuto modo di confrontarmi con il nostro timoniere durante le uscite in peschereccio: il buon Niels (una vita passata nei mari artici sia come pescatore che come accompagnatore di turisti) mi diceva che quelle imbarcazioni straniere stanno togliendo lavoro e credibilità ai residenti. Gli inuit, fino a pochi anni fa, erano soliti dedicarsi principalmente alla pesca. Da qualche tempo il turismo è arrivato sull'isola e i pescherecci, per un periodo ristretto dell'anno, vengono convertiti in barche che concedono agli appassionati di natura di ammirare le bellezze struggenti della baia.
Gli inuit sono orgogliosi e felici di mostrare le loro bellezze ai forestieri e sicuramente contenti di poter realizzare anche buoni profitti! Sarebbe strano il contrario. Neils mi diceva che praticamente non ci sono barche a vela nella baia, normalmente! Quelle fotogeniche sono state portate da tour operator stranieri che fanno la voce grossa e offrono esperienze preconfezionate per i turisti. Raccogliere testimonianze in loco è la cosa migliore che si possa fare, per capire come gira il mondo e agire di conseguenza. In un pianeta in cui (si dice) tutto è già stato visto, fotografato e condiviso, il gesto più importante non è forse creare qualcosa di nuovo. Bensì sottrarsi. Rinunciare allo scatto già previsto, all’immagine già validata, alla composizione che sappiamo funzionare. Perché ogni volta che replichiamo una fotografia trita e ritrita, stiamo rinunciando a una parte del nostro sguardo. Forse il punto non è più trovare un "luogo iconico". Ma riuscire, ancora, a vedere qualcosa che non lo è.
Andre



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