Quando l’evoluzione artistica ti allontana da ciò che ti ha definito: "la mia Creep".
- Andrea Pozzi

- 25 mag
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 28 mag
Durante i primissimi mesi di vita della nostra bambina, lei si addormentava spesso sul mio petto e io approfittavo di quei momenti di dolcezza per leggere. Tra i libri che mi hanno fatto compagnia in quei giorni lenti, c'è stato Radiohead, This Isn’t Happening – La storia di Kid A di Steven Hyden.

Sono sempre stato un grande fan dei Radiohead e in particolare del loro frontman Thom Yorke, un vero talento e artista a tutto tondo.
Per me Thom rappresenta un'immensa fonte di ispirazione. Tra le pagine di quel volume mi sono imbattuto in un passaggio che mi ha colpito in maniera particolare: si parlava di Creep, probabilmente la canzone più conosciuta e celebre della band inglese. Un brano che, nel tempo, è diventato quasi una presenza ingombrante nella loro storia. Una canzone amatissima dal pubblico, riconoscibile fin dai primissimi accordi, capace di definire un’intera fase della band, ma anche un pezzo dal quale i Radiohead hanno cercato spesso di prendere le distanze.
Durante la registrazione, l'eclettico chitarrista Jonny Greenwood inserì quelle celebri sferzate di chitarra prima del ritornello quasi con l’intento di sabotare il brano. Erano colpi violenti, sporchi, improvvisi. Una sorta di ferita aperta dentro una canzone che, altrimenti, rischiava forse di essere troppo lineare e pop. Troppo orecchiabile, troppo facilmente assimilabile.
Paradossalmente, proprio quel gesto diventò il marchio di fabbrica del pezzo. Quella che doveva essere una deformazione, una forzatura, quasi un tentativo di rovinarlo, finì per renderlo immortale.
Potete ascoltare la canzone a questo link (anche se immagino che molti di voi la conoscano bene): RADIOHEAD - CREEP
Una contraddizione che devo dire mi ha fatto ragionare e che mi ha affascinato, ho quindi voluto approfondire il tema.
Quel dettaglio sonoro, nato per disturbare, diventa ciò che tutti ricordano. Un brano che la band definisce come "spazzatura" diventa, agli occhi del pubblico, il simbolo della band stessa.
Una canzone scritta con un certo spirito, con una certa ambiguità, viene assorbita e trasformata in qualcosa di diverso: un inno generazionale, una dichiarazione collettiva di disagio, un’etichetta appiccicata addosso a musicisti che, nel frattempo, stavano già cercando un’altra strada.
Ecco, questa cosa mi ha fatto pensare molto alla fotografia. Alla mia fotografia.
Naturalmente il paragone va preso per quello che è: non sto mettendo la mia esperienza (o l'esperienza di noi appassionati di fotografia) sullo stesso piano della storia dei Radiohead. Sarebbe assurdo. Ma certi meccanismi legati all'evoluzione artistica, in scala diversa, credo siano comuni a chiunque passi molti anni dentro un linguaggio creativo.
Ho cominciato a fotografare quasi vent'anni fa. In questo tempo ho cambiato sguardo, sensibilità, intenzioni. Sono successe tante cose nella mia vita, eventi che mi hanno forgiato e che, in maniera più o meno diretta, hanno cambiato il mio modo di avvicinarmi al paesaggio. Dovrei dire che forse ho cambiato il motivo per cui sento il bisogno di fotografarlo.
Come già vi raccontavo in uno dei recenti posti qui sul blog, negli ultimi tempi mi capita spesso di riguardare immagini scattate anni fa. Fotografie che, in alcuni casi, considero ancora valide. Alcune sono immagini impattanti, composte con attenzione, sicuramente capaci di rappresentare in maniera efficace una certa idea di paesaggio. Si trovano spesso luci e atmosfere potenti, scenari oggettivamente straordinari. C’è quella ricerca che potremmo definire, con una formula forse un po’ sintetica, da grand landscape: il grande paesaggio, la scena memorabile, l’immagine capace di colpire immediatamente.


Per molto tempo quella è stata una parte fondamentale della mia ricerca.
Ed era sicuramente una ricerca sincera!
Quando inizi a fotografare il paesaggio, spesso sei attratto dalla sua spettacolarità. Vuoi raccontare ciò che ti sovrasta, avvicinandoti forse all'idea di sublime, a me tuttora cara. Provi a racchiudere in un’immagine il senso di meraviglia che provi davanti a una montagna, a una valle immersa nella nebbia, a un cielo che cambia nel giro di pochi minuti. C’è qualcosa di genuino e istintivo in tutto questo.
In quegli anni cercavo spesso immagini capaci di contenere questa sensazione.
Però, con il tempo, qualcosa è cambiato.
Non all’improvviso. Non c’è stato un giorno preciso in cui ho smesso di cercare una cosa e ho iniziato a cercarne un’altra. È stato un movimento lento, una trasformazione progressiva dello sguardo.
A un certo punto mi sono accorto che non ero più attratto solo dalla grande scena. O, forse, non ero più disposto a fermarmi lì. Il mio occhio ha iniziato a spostarsi verso elementi più piccoli, più silenziosi, a volte ambigui. Forme meno riconoscibili. Fotografie che non cercano necessariamente l’impatto immediato, ma una risonanza più intima.
Mi attira il paesaggio quando smette di essere spettacolo e diventa esperienza interiore.

Descrivere un luogo geografico non è più quello che mi spinge nella natura, bensì raccontare il modo in cui quel luogo mi attraversa. Mi interessa la fotografia quando diventa meno dimostrativa e più vulnerabile, più vicina a una specie di verità personale.
Ed è qui che ritorna, per me, il pensiero su Creep.
Ogni persona che si avvicina a una forma d'arte in maniera assidua, prima o poi, rischia di avere una propria Creep. Non necessariamente un successo enorme, ovviamente. Si può parlare di un’immagine o di un periodo, una formula visiva che sentivamo nostra. Qualcosa che il pubblico riconosce e spesso apprezza, che viene associato al tuo nome. Qualcosa che magari ti ha dato identità, visibilità, conferme.
E questo, all’inizio, è innegabilmente bellissimo.
Essere riconosciuti per qualcosa è una forma di legittimazione. Significa che il tuo lavoro è arrivato. Che qualcuno ha visto, ha sentito, ha collegato il tuo linguaggio a un’emozione, a un’immagine, a un’idea. Per anni ad esempio ho partecipato ai concorsi internazionali di fotografia, sono stati importanti per la mia crescita e mi hanno fatto capire tante cose, soprattutto che gli stessi concorsi possono anche essere "pericolosi" e controproducenti, ma di questo forse parlerò in un altro articolo.
Il vero problema nasce quando ciò che gli altri riconoscono di te non coincide più con ciò che tu senti di essere. Perché le immagini restano ferme, ma chi le ha create no!
Una fotografia scattata dieci anni fa continua a esistere nella stessa forma. Non invecchia nel modo in cui invecchiamo noi. Rimane lì, immobile, fedele al momento in cui è nata. Ma l’autore, nel frattempo, cambia. Vive altre cose, perde certezze, ne trova di nuove, modifica il proprio rapporto con il mondo. Cambia sensibilità. Cambia perfino il modo di percepire la mera bellezza.
Ed è possibile, a un certo punto, guardare un’immagine del proprio passato e provare una sensazione strana. Non rifiuto, non fastidio o vergogna. Qualcosa di decisamente più complesso: riconoscimento e distanza insieme.
Guardo certe mie fotografie e so che sono mie, so benissimo perché le ho scattate. Ricordo la persona che ero mentre le cercavo. Ricordo il desiderio, l’entusiasmo, la fame di immagine. Eppure sento anche che oggi non le inseguirei più allo stesso modo. O forse non le inseguirei affatto, semplicemente perché appartengono a un altro momento.
Questa è una distinzione importante, almeno per me. Evolvere non significa necessariamente giudicare il passato come inferiore. Non significa guardare indietro con superiorità, come se tutto ciò che è venuto prima fosse più ingenuo, più semplice o meno maturo. Sarebbe un errore, oltre che un’ingiustizia verso il proprio percorso.
Quelle immagini sono state necessarie.
Senza quella fase, non sarei arrivato qui. Senza il desiderio di fotografare il grande paesaggio, forse non avrei sviluppato la pazienza, la disciplina, la capacità di osservare la luce, il rapporto con l’attesa. Anche le immagini da cui oggi mi sento più lontano hanno contribuito a formare il mio sguardo attuale.
Il punto, quindi, non è rinnegare. Il punto è accettare che una parte di noi possa aver avuto un valore enorme, pur non rappresentandoci più pienamente.
Credo che questa sia una delle cose più difficili nel nostro percorso: capire quando una direzione è stata importante, ma non è più necessaria.
È sicuramente rassicurante muoversi dentro un qualcosa già riconoscibile, soprattutto quando quel qualcosa ha generato consenso. In fotografia, poi, questo rischio è fortissimo (mai come al giorno d'oggi!).
Credo che a un certo punto ci si debba chiedere, con estrema onestà: sto realizzando questa immagine perché la sento davvero, o perché so che assomiglia all’idea che gli altri hanno di me?
È una domanda scomoda. Costringe a mettere in discussione non solo il proprio lavoro, ma anche il proprio rapporto con il riconoscimento. Costringe ad ammettere che forse una parte della nostra produzione nasce anche dal desiderio di essere confermati. E non c’è niente di male in questo, finché ne siamo consapevoli. Il problema inizia quando la conferma diventa una gabbia.
Forse è per questo che la storia dei Radiohead mi ha colpito così tanto. Perché Creep non è soltanto una canzone famosa. È il simbolo di un fraintendimento possibile tra autore e pubblico. Il pubblico si affeziona a un’immagine dell’artista. L’artista, nel frattempo, cerca di liberarsene. Non perché odi quella immagine, ma perché sa che restarci dentro significherebbe smettere di crescere.
Anche nella fotografia può succedere qualcosa di simile.
Chi segue il tuo lavoro può essersi innamorato di una tua fase precisa. Magari della tua fotografia più epica, più scenografica, più immediata. Magari di immagini che tu stesso hai amato profondamente. Ma dentro di te qualcosa si sposta. Ti accorgi che oggi cerchi meno la perfezione e più la frizione. Meno la cartolina definitiva e più la traccia o il simbolo. Meno il paesaggio come soggetto e più il paesaggio come specchio.

Come spesso ripeto durante le serate di condivisione:
“Non importa il genere fotografico che abbracciamo o se ne sperimentiamo più di uno. La fotografia non dovrebbe essere una ricerca della perfezione stilistica o di chissà quale cattura irripetibile. Non si tratta di un’attività agonistica! Mi piace pensare che le immagini che creiamo debbano essere viste come il più sincero tentativo di raccontarsi. Realizziamo autoritratti, dopotutto.”
Quando la fotografia diventa più introspettiva, cambia anche il modo in cui la valuti. Non basta più chiederti se un’immagine è bella. Devi chiederti se è vera. Se ti appartiene. Se contiene qualcosa del tuo presente. E questa ricerca, inevitabilmente, può rendere le immagini meno immediate.
L'obiettivo attuale è quello di sviluppare un linguaggio che assomigli al mio modo attuale di sentire. Un linguaggio che lasci spazio al dubbio, al vuoto, al silenzio, anche all’imperfezione. Un linguaggio non interessato a dire “guarda che luogo incredibile” e più vicino a dire “guarda cosa mi succede quando sono qui”.

Questa, per me, è una trasformazione importante da riconoscere.
Probabilmente non sarà definitiva perché ogni evoluzione artistica è temporanea, anche quando sembra assoluta. Tra qualche anno potrei guardare le immagini che sto cercando oggi e sentire di nuovo una sorta di distanza. Potrei accorgermi che anche questa fase è stata solo un passaggio. Ed è giusto (ed estremamente entusiasmante!) così.
Guardare indietro diventa necessario. Non per restare attaccati al passato, ma per capire il movimento. Per riconoscere le linee di continuità e quelle di rottura. Per vedere dove siamo stati, cosa ci ha formato, cosa abbiamo superato e cosa, invece, continua a tornare sotto forme diverse.
Forse ognuno di noi, a un certo punto, deve fare pace con la propria Creep (come d'altronde hanno fatto i Radiohead dopo molti anni).
Non rinnegarla o fingere che non sia esistita. Solo riconoscerla per quello che è: una preziosissima tappa.
Andre



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