Incubus

Aggiornato il: gen 19

Oggi ho voglia di scavare nel profondo, più del solito. Voglio tornare a perdermi in quei piccoli mondi nascosti, pezzi di un mosaico che come sentenze incise sulle tavole della natura sono lo specchio del mio stato d’animo. Eppure mi trovo a un passo dall’Oceano, sarebbe normale lasciarsi rapire dal suo incanto ipnotico, soprattutto in questo pomeriggio uggioso in cui la marea crescente rappresenterà tra poche ore un pericolo mortale. Raggiungo anfratti altrimenti inaccessibili, che diventano veri e propri luoghi di venerazione visto che il solo poterli osservare ha una scadenza temporale. Cammino, mi arrampico, osservo il paesaggio che scintilla davanti ai miei occhi, sopra la mia testa e anche sotto i piedi. Sento il ticchettio di quell’orologio invisibile che mi fa assaporare ogni secondo come se fosse l'ultimo… Giunto in una caletta riparata entro senza volerlo in una stanza a tratti spaventosa, quasi monocolore. Mi sembra di essere finito fra gli ingranaggi di un orologio arrugginito, con ruote dentate e curve inquietanti che non lasciano presagire niente di buono. Mi rifugio poi in una grotta che sarà agibile ancora per pochi minuti con l’intento di riprendere le forze, quando mi ritrovo un teschio fra i piedi, circondato da ciottoli multicolore. L’aria è lugubre e quel ghigno beffardo sembra volermi sfidare. Chissà da quanto tempo quello spirito aleggia nella grotta...le dimensioni e le proporzioni sono proprio quelle di un teschio umano e voglio credere che sia così, semplicemente perché non esistono altre spiegazioni a quella visione allucinante. Sono circondato da magnifici colori tenui, che sembrano raccontare una storia diversa.

Un’onda mi bagna i piedi, la successiva i polpacci, capisco così di dovermene andare velocemente. Quel cranio tornerà sott’acqua per qualche ora, per poi forse ripresentarsi sotto altra forma? Quanto vorrei poterlo testimoniare! Me ne vado con passo attento, avido di scoperta. A ogni metro c’è un potenziale messaggio da decriptare e mai come in questo momento sento di potermi servire della grande curiosità di quando, da bambino, avevo la velleità di diventare un archeologo. Vedo cascate dai mille colori scendere dalle pareti rocciose, poi fiumi e catene montuose incappucciate di neve. Cieli cupi, tempestosi. Contrasti surreali di colore, sembra quasi che Gaudì sia passato da queste parti prima di trasformare per sempre la concezione stessa di architettura. Entro in un vortice pieno di visioni e figure antropomorfe, un luogo di disperazione a dispetto dei colori così vivaci e apparentemente rincuoranti. Denti affilati, bocche dilaniate, pozze che paiono avvelenate visti i colori improbabili di cui sono fatte.

Sono caduto in un mondo senza scala e ho perso la cognizione del tempo. Come svenuto mi accascio contro una roccia ricurva e mi fido solo del mio udito. Stremato, proverò ad andarmene solo quando sentirò l’oceano urlare, reclamando il suo spazio in questo pomeriggio delirante...


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