Il lusso perduto della noia
- Andrea Pozzi

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Oggi voglio raccontarvi una storia che mi ha sempre affascinato, così come mi ha sempre affascinato il periodo storico del Romanticismo. Quell'epoca vide nascere una quantità impressionante di capolavori letterari, pittorici e generò correnti di pensiero che mantengono ancora la loro rilevanza oggigiorno. Oggi vi parlo di una scrittice prodigio di cui tutti voi avrete sentito parlare: Mary Shelley. Ma prima di arrivare a Mary, devo parlarvi di Natura! Perché più spesso di quanto ce ne accorgiamo, parte tutto da lì. E nella Natura (come ripeto sempre a mia figlia nonostante abbia solo 8 mesi!) si trovano tutte le risposte... Era l'aprile del 1815 e dall’altra parte del mondo ci fu una violenta esplosione vulcanica.
Il Tambora si trovava nell’attuale Indonesia e la sua eruzione fu una delle più potenti mai registrate nella storia umana. L’impatto non rimase confinato all’arcipelago indonesiano. Polveri, gas e ceneri salirono nell’atmosfera, alterarono il clima mondiale. Il cielo si oscurò e le temperature globali precipitarono. A causa di questo evento catastrofico, l’anno successivo, ossia il 1816, sarebbe passato alla storia come “l’anno senza estate”.
Nel Vecchio Continente pioveva parecchio. Faceva freddo. Il cielo sembrava in un certo senso "fuori stagione", come se il calendario si fosse inceppato. I raccolti ne soffrivano, le giornate erano cupe e l’estate aveva perso luce e vitalità.
A Ginevra, un gruppo di giovani inglesi si trovò costretto a vivere proprio dentro quella sospensione.
C’erano Lord Byron, Percy Bysshe Shelley, Claire Clairmont, John Polidori e una ragazza di diciotto anni: Mary Godwin, che di lì a poco sarebbe diventata Mary Shelley.
Byron vi era approdato in una sorta di esilio volontario, lontano dagli scandali londinesi. Shelley, Mary Godwin e Claire Clairmont lo avevano raggiunto durante un viaggio sul continente, mentre John Polidori accompagnava Byron come medico personale.
Alloggiavano in una villa (Villa Diodati) nei pressi del Lago di Ginevra tra forti temporali, conversazioni notturne e un paesaggio che sembrava già letteratura gotica! Il maltempo li teneva spesso chiusi in casa. Niente passeggiate infinite, niente gite leggere, niente estate come l’avevano immaginata. C’era tempo. Troppo tempo.
E qui comincia la parte che oggi ci riguarda più da vicino e per cui oggi ho deciso di scrivere qualche riga su questa storia straordinaria.
Noi siamo ormai abituati a pensare al tempo vuoto come a un errore del sistema. Una fessura da riempire subito con qualsiasi cosa: un banale (spesso vuoto) messaggio, una notifica, un video, una notizia casuale, una mail, una canzone, una qualsiasi forma di contenuto. Il silenzio ci sembra spesso una mancanza. L’attesa una perdita. La noia quasi una colpa.
Nel 1816, invece, non c’era uno schermo a portata di mano da accendere ogni volta che il mondo esterno diventava scomodo. Non c’era un flusso infinito di distrazioni pronte a occupare ogni anfratto della mente. Se fuori pioveva, si restava semplicemente dentro o si andava ad ascoltare il rumore della pioggia. Se la notte era lunga, bisognava abitarla.
Se non accadeva niente, allora quel niente poteva custodire tante risposte alle più svariate domande.
A Villa Diodati, durante una di quelle sere, Lord Byron propose un gioco: ciascuno avrebbe dovuto scrivere una storia di fantasmi, un racconto capace di evocare paura, mistero e soprannaturale..
Era una sfida letteraria, certo, ma anche un modo per reagire all’immobilità. Erano giovani, estremamente colti e vagamente inquieti. Leggevano racconti gotici, parlavano di scienza, di elettricità, di galvanismo, di corpi morti che forse potevano essere rianimati. Discutevano in una stagione che sembrava essa stessa innaturale: un’estate senza estate, un mondo raffreddato da una catastrofe lontana.
Mary non ebbe subito ispirazione, il capolavoro non arrivò subito. Mary Shelley subì l’attesa. Attraversò il vuoto. Poi, una notte, ebbe una visione: vide un giovane scienziato accanto alla creatura che aveva assemblato, mentre quella cosa mostruosa prendeva vita.
Da quell’immagine nacque Frankenstein.
Nacque una delle grandi storie moderne sulla responsabilità, sull’ambizione, sulla tecnica, sulla solitudine. Nacque un mito capace di sopravvivere per più di due secoli. E nacque dalla mente di una ragazza appena maggiorenne chiusa in una villa tormentata dalla pioggia, circondata da conversazioni profonde e da tanto tempo apparentemente vuoto.
Naturalmente sarebbe ingenuo dire che Frankenstein nacque solo “grazie al tempo e alla noia”. Sarebbe troppo semplice. Mary Shelley era figlia di due intellettuali straordinari, Mary Wollstonecraft e William Godwin. Era immersa in un ambiente culturale fuori dal comune. Durante la crescita aveva letto parecchio, ascoltato personaggi illustri e assorbito idee. La sua immaginazione non nasceva di certo dal nulla.
Forse è proprio questo il punto: le idee non nascono mai dal nulla.
Letture, esperienze, immagini, traumi, conversazioni profonde. Ma hanno bisogno anche di uno spazio in cui quel materiale possa combinarsi in modo imprevisto.
E quello spazio, oggi, è sempre più raro.
Viviamo in un’epoca in cui la noia è stata quasi abolita, neutralizzata. Non appena compare, viene sedata. Siamo diventati bravissimi a non restare mai soli con un pensiero troppo a lungo. Abbiamo forse paura (?) Ogni intervallo è stato annullato: la coda al supermercato, il viaggio in treno, i minuti prima di dormire, la pausa tra una riunione e l’altra, persino l’ascensore. Non esistono più tempi morti.
Eppure forse proprio quei tempi morti erano i più vivi.
Forse erano il luogo in cui la mente, non avendo altro da fare, cominciava finalmente a fare il suo lavoro più misterioso: vagare, collegare, deformare, ricordare, immaginare. La noia non è automaticamente creativa. Spesso è fastidiosa e sterile. Ma una certa forma di noia, quella non immediatamente interrotta, può diventare una specie di potentissima camera di incubazione.
Non produce sempre risultati straordinari, mi sembra ovvio. Per ogni Mary Shelley ci sono milioni di pomeriggi vuoti che non hanno generato nulla di memorabile. Ma il punto non è che la noia garantisca il genio. Il punto è che senza qualche forma di vuoto il genio non ha spazio per presentarsi.
Frankenstein può essere visto anche come il frutto di quella pausa forzata: il momento in cui l’isolamento diventa immaginazione. Fuori, un clima alterato da un’eruzione spaventosa, lontana ma tangibile. Dentro, un gruppo di ragazzi che leggeva, parlava, immaginava. In mezzo, una ragazza che non aveva ancora vent’anni e che rimase abbastanza a lungo con le proprie immagini interiori da vederne emergere una, destinata a diventare immortale.

Oggi, certamente, quella stessa serata avrebbe un altro suono. Qualcuno controllerebbe il meteo sull’app. Come distruggere una poesia in corso... Qualcuno "posterebbe la tempesta". Qualcuno leggerebbe distrattamente una notifica. Qualcuno aprirebbe un video “solo per cinque minuti”. La sfida di Byron forse diventerebbe un thread, una story, un contenuto da pubblicare prima ancora di essere pensato.
Non è nostalgia. Non tutto era meglio prima. Ma c’è una domanda che vale la pena farsi: quante idee non arrivano più perché non concediamo loro il tempo di formarsi?
Abbiamo guadagnato accesso infinito all’informazione, ma forse abbiamo perso familiarità con l’incubazione. Siamo sempre connessi, ma spesso non abbastanza presenti da ascoltare ciò che emerge quando il rumore si abbassa.
La storia di Frankenstein ci insegna tante cose.
Forse non dobbiamo augurarci un’altra estate senza sole (anche se personalmente credo che mi esalterebbe moltissimo!), ma potremmo provare a restituire alla nostra vita qualche preziosissimo momento in cui non succede niente...abbastanza a lungo perché qualcosa, finalmente, possa accadere dentro di noi.
Un abbraccio,
Andre




Commenti