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La fine degli hobby (?)

Aggiornamento: 1 giorno fa

Questo mese continuo con le mie recenti riflessioni riguardo l'evoluzione tecnologica. È un tema che mi sta particolarmente a cuore e ci tengo a condividere con voi i miei pensieri, a mo' di diario personale (sì! Ricordo di averne avuti da bambino, avevo pure un piccolo lucchetto per sigillare i miei pensieri più intimi).


L’altro giorno stavo passeggiando senza fretta, una di quelle magnifiche camminate in cui non c’è una meta e il mondo sembra concedersi un po’ più lentamente.

A un certo punto ho notato una persona seduta su una panchina, in riva al fiume. Era un uomo sulla cinquantina. Le mani erano raccolte in grembo e, da lontano, il movimento mi è sembrato familiare: lavorava all’uncinetto o stava cucendo qualcosa.

La mia reazione è stata istintiva e sorprendente. Ho provato gioia, addirittura emozione.

Per un attimo mi è sembrato di vedere una scena appartenente a un’altra epoca: qualcuno immerso in un gesto lento, ripetitivo, magari anche "inutile" nel senso più bello del termine.



Poi mi sono avvicinato, capendo che stava semplicemente scrollando il telefono.

Niente uncinetto. Niente filo. Niente lavoro delle mani. Solo un pollice che scorreva su uno schermo, esattamente come facciamo tutti, ogni giorno, quasi senza rendercene conto.

Mi ha attraversato una fitta di tristezza profonda. Una nostalgia difficile da spiegare, forse di un modo di stare al mondo che stiamo perdendo (?).

Sono poi tornato a casa, mi sono preparato una tazza di tè e ho aperto un buon libro. Solo dopo qualche minuto quella sensazione si è attenuata. Ma la domanda è rimasta.

Che cosa ci sta succedendo?


Quando ero bambino il tempo libero aveva una consistenza totalmente diversa. Le persone collezionavano francobolli, costruivano modellini, suonavano uno strumento, coltivavano un orto, cucivano, dipingevano, leggevano per ore senza sentirsi in colpa.

Erano attività spesso prive di un obiettivo preciso. Non servivano a migliorare un profilo professionale, non diventavano contenuti da condividere, non erano ottimizzate per la produttività. Si facevano semplicemente perché davano piacere.

Oggi ho l’impressione che lo smartphone abbia colonizzato proprio quello spazio: il vuoto, l’attesa, la noia (di cui vi ho già parlato in uno degli ultimi articoli), i minuti morti che un tempo erano il terreno fertile da cui nascevano gli interessi più autentici.

Non sto parlando di demonizzare la tecnologia. Anch’io uso il telefono, lavoro grazie a strumenti digitali, organizzo esperienza dall’altra parte del mondo attraverso uno schermo. Sarebbe ipocrita fingere il contrario. Il punto è un altro: abbiamo smesso di lasciare che la mente vaghi.


La parte più delicata di questa storia, però, credo riguardi mia figlia.

Mi chiedo quale sarà il suo rapporto con il tempo libero. Avrà la sanissima possibilità di annoiarsi? Di scoprire un interesse senza che un algoritmo glielo suggerisca? Di dedicare ore a un’attività che non serve a nulla, se non a renderla felice?

Vorrei che conoscesse la sensazione di perdere la cognizione del tempo mentre legge un libro, disegna, costruisce qualcosa con le mani o viaggia.

Credo che il nostro enorme compito non sia creare una bolla lontana dalla tecnologia. Bensì mostrare che esistono ancora validissime alternative. Che esiste ancora la vera vita!

Che la felicità non coincide con l’intrattenimento continuo. Che un pomeriggio passato a leggere, a camminare o a fare qualcosa di apparentemente inutile può avere un valore immenso.


Quella persona sulla panchina non stava lavorando all’uncinetto. Era solo un’illusione.

Eppure, per un istante, mi ha ricordato un mondo in cui le mani facevano qualcosa mentre la mente era libera di volare leggera.

Sono sicuro che non sia un mondo perduto per sempre, dovremmo cominciare da gesti molto semplici, come spegnere il telefono per qualche ora, preparare una tazza di tè e aprire un libro, parlare con gli anziani e saperli ascoltare, uscire a camminare senza cuffie, riscoprire un hobby dimenticato o appartenuto ai nostri avi! Una magnifica maniera per creare connessione reale anche con quelle che sono state le nostre radici. Sentirsi orgogliosi.

Evviva i piccoli atti di resistenza contro la distrazione permanente.


E forse, in fondo, è proprio questo che continuo a cercare anche nei paesaggi più remoti: non un’evasione dal mondo, ma il ricordo di ciò che significa essere davvero presenti dentro di esso. Un abbraccio,


Andre

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