Ora e mai più
- Andrea Pozzi

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Durante i viaggi in Groenlandia di quest'estate mi è capitato spesso di pensare al ciclo dell'acqua.
È una cosa strana da realizzare mentre ci si trova davanti a un iceberg: quello che abbiamo di fronte appare come qualcosa di definitivo, quasi geologico. Masse di ghiaccio alte decine di metri, pareti verticali, superfici che sembrano roccia scolpita dal tempo. Eppure, in realtà, stiamo osservando l'emblema della mutevolezza.
Un iceberg nasce sulla terraferma, quando un ghiacciaio avanza verso al mare e ne perde una parte. Da quel momento comincia una nuova vita: galleggia mostrando solo un decimo della sua massa reale, viene trascinato lentamente dalle correnti, si inclina, ruota, si frantuma, si scioglie. Prima o poi scompare, restituendo all'oceano l'acqua che un tempo era neve caduta sulla calotta artica.
È una forma in continua trasformazione e il movimento della barca (l'eccezionale Targa 37), nostro punto di osservazione privilegiato, contribuiva a rendere l'esperienza molto dinamica. Un paio di metri possono trasformare completamente una composizione fotografica. Una parete può nascondere un piccolo dettaglio che pochi secondi dopo diventa il punto focale. E quello che sembra un enorme monolite può improvvisamente sgretolarsi, facendo precipitare nell'acqua blocchi di ghiaccio.
Gli iceberg sono maestosi ma non eterni, chiaramente. Anzi, sono forse una delle manifestazioni più evidenti della natura effimera del paesaggio.

Alcuni possono rimanere intrappolati nelle acque costiere fredde per molto tempo, mentre altri vengono rapidamente trasportati dalle correnti e consumati dall'oceano. Pensate che un iceberg è stato addirittura trovato agli inizi del 900 al largo delle coste delle Isole Azzorre, in Portogallo! Pare inoltre che l'immenso ghiacciaio Sermeq Kujalleq, nell'area di Ilulissat, fu la probabile origine dell'iceberg che affondò il Titanic nel 1912.
Pensare a questa storia navigando nella Baia di Disko ha qualcosa di vertiginoso e improvvisamente un colosso di ghiaccio non è più soltanto un soggetto fotografico, è un istante all'interno di un ciclo molto più grande.
In questo contesto anche fotografare diventa un utilissimo esercizio di osservazione e per me è un po' come fotografare in un bosco labirintico.
Durante le uscite "notturne" in barca il nostro capitano è stato fondamentale. Non semplicemente perché conosceva la baia e sapeva muoversi alla perfezione e in sicurezza fra i ghiacci, ma perché era disposto ad assecondare appieno la nostra visione. A volte pochi centimetri erano sufficienti.
“Ancora un po'”, “Fermiamoci qui”, “Possiamo passare dall'altra parte?”, “Torniamo indietro un attimo!”.
Sono richieste che, in condizioni normali, potrebbero apparire quasi maniacali. Ma quando sei attraversato da un flash e "vedi la fotografia", quei pochi centimetri possono diventare tutto.
È una delle cose che amo di più della paesaggistica.
La fotografia non consiste nell'andare alla ricerca del "luogo perfetto". Spesso significa riuscire a vedere una possibilità all'interno di ciò che hai davanti. E questa possibilità, in Groenlandia, può durare pochissimo.
È successo con questa immagine.

L'iceberg che avevamo davanti era già, di per sé, straordinario. Sarebbe nata una fotografia spettacolare anche senza troppo impegno.
Ma proprio qui, secondo me, si trova la differenza fra la semplice rappresentazione di un luogo e il tentativo di costruire un'immagine.
Mentre ci muovevamo lentamente lungo una parete di ghiaccio impressionante, ho notato un'apertura nella massa dell'iceberg. Una cornice naturale.
E attraverso quella finestra, per un attimo fugace, è comparso un altro blocco di ghiaccio. Bianco, puro, lontano chilometri da noi. Era come se, all'interno di quella gigantesca parete, si fosse improvvisamente aperta una finestra verso un altro mondo.
Ho avvisato gli altri. C'era la possibilità di fare qualcosa di diverso: non raccontare semplicemente l'iceberg alla deriva, ma creare una connessione fra elementi apparentemente slegati fra di loro.
Il contrasto fra gli azzurri profondissimi del ghiaccio e i colori caldi dell'ultimo sole era fenomenale.
La fotografia cominciava così a diventare meno documento di viaggio e più mentale, stava cercando di raccontare una sensazione, una sottile relazione tra elementi.
Per arrivare a quel risultato è servita l'osservazione, è servito un capitano disposto a muovere un'imbarcazione di qualche metro per più volte, su nostra indicazione. È servito un gruppo di appassionati capace di capire che, in quel momento, valeva la pena fermarsi e aspettare.
Ed è servita soprattutto la volontà di non accontentarsi della prima immagine che il paesaggio ci offriva!
Credo che sia questo uno degli aspetti più importanti del fotografare luoghi straordinari.
Quando il paesaggio è già spettacolare, il rischio è limitarsi a registrarlo.
L'iceberg è gigantesco, la luce è fantastica e la foto sembra quasi già fatta.
Ma forse è proprio in quel momento che bisogna fare un passo ulteriore, osservare meglio e soprattutto provare a capire che cosa stiamo realmente cercando di raccontare.
Quanto è entusiasmante la ricerca di qualcosa che esiste per un istante e che forse, pochi secondi dopo, non esisterà più? Mi riferisco alla visione ma anche all'idea stessa di iceberg alla deriva.
E forse è proprio questa la ragione per cui abbiamo scattato così tante fotografie durante queste esplorazioni. Non sai mai se ciò che stai incontrando, ammirando e provando a interpretare con la fotocamera in mano ti darà una seconda opportunità. Perché sta succedendo ora e mai più!
Andre



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